Carlo Ferrante aveva attraversato la strada alle 8:53.
Sette minuti prima delle nove. Era un dettaglio che Cassandra aveva registrato con una nota a margine: era la prima volta in undici anni di attività imprenditoriale documentata che Carlo Ferrante arrivasse in anticipo a qualcosa che non aveva organizzato lui.
Si era fermato davanti al cancello della cantina Montalto. Lo aveva guardato. Il cartello PROPRIETÀ PRIVATA era lì, come sempre, scritto con la stessa energia di chi scrive VIETATO RESPIRARE. Carlo lo aveva letto. Poi aveva aperto il cancello lo stesso.
Luce lo aveva visto dal feed di sicurezza. Aveva calcolato la probabilità che Bruno lo cacciasse prima che dicesse una parola: 67%. Aveva aggiornato il calendario della giornata togliendo due appuntamenti del pomeriggio. Per precauzione.
La cantina alle 9:00 di mattina era piena di persone che non avrebbero dovuto essere lì.
Diego era arrivato per primo. Era seduto su uno sgabello vicino al tino numero sette con una cartella sottile sulle ginocchia e l’aria di qualcuno che ha passato tre anni a prepararsi per un incontro e adesso che l’incontro è arrivato non sa bene da dove cominciare.
Giulia era arrivata seconda. Si era seduta su una botte rovesciata senza chiedere permesso a nessuno, con la disinvoltura di qualcuno che in ventiquattr’ore si era già appropriata dello spazio. Tommaso le aveva portato un bicchiere d’acqua. Bruno aveva visto il gesto e aveva guardato altrove.
Carlo era arrivato terzo.
Bruno lo aveva visto varcare la porta. Non aveva detto niente. Era rimasto fermo vicino al tino numero sette, con le braccia lungo i fianchi e la faccia di qualcuno che sta aspettando di capire quale tipo di silenzio sia quello giusto per questo momento.
Carlo aveva guardato la cantina. Le botti. La pietra. La luce bassa che entrava da due piccole finestre in alto. Aveva guardato Bruno.
“Non è quello che mi aspettavo,” aveva detto.
Bruno aveva alzato un sopracciglio. “Cosa ti aspettavi?”
Carlo aveva guardato ancora in giro. “Non lo so. Qualcosa di più piccolo.”
Bruno non aveva risposto. Ma qualcosa nel suo silenzio era leggermente diverso dal solito.
Diego aveva aperto la cartella.
Aveva tirato fuori tre fogli stampati. Li aveva posati sul tavolo di legno grezzo al centro della cantina. Li aveva allineati con la cura di chi ci ha pensato molto a come presentare una cosa difficile.
“Quello che ho dato al giornalista ieri,” aveva detto, “non è ancora uscito. Ho chiesto di aspettare quarantotto ore.”
Carlo aveva guardato i fogli senza avvicinarsi. “Perché?”
Diego aveva fatto una pausa. “Perché quello che voglio non è distruggerti. Quello che voglio è costruire qualcosa con ciò che mi hai preso.”
Silenzio.
Bruno aveva guardato Diego. Poi Carlo. Poi Diego di nuovo. “Cosa vuoi costruire esattamente?”
“Un sistema di previsione per il settore vitivinicolo. Prezzi, clima, domanda, export. L’ho progettato tre anni fa come tesi. Carlo ci ha messo sopra il nome di Ferrante e l’ha usato per i mercati finanziari.”
Diego aveva guardato Bruno. “Era pensato per le cantine. Per persone come lei. Non per i fondi.”
Bruno aveva fatto un suono. Non era un mmh. Era qualcosa di diverso — più corto, più aperto. Luce non aveva ancora un nome per quel suono. Lo aveva registrato comunque.
Carlo aveva preso i fogli. Li aveva letti. Li aveva riletti. Li aveva posati.
“Questo è Cassandra,” aveva detto.
“Sì,” aveva risposto Diego.
“Cassandra funziona. Lo usi già per i mercati e funziona.”
“Lo so. L’ho visto dai report del fondo. È per questo che sono qui.”
Giulia aveva alzato gli occhi. Non aveva ancora detto niente da quando Carlo era entrato. Lo stava guardando in un modo che Carlo non aveva mai visto su sua figlia — non giudizio, non delusione. Attesa. Stava aspettando di vedere che tipo di uomo fosse suo padre in un momento in cui non c’era nessuna telecamera e nessun comunicato stampa pronto.
Carlo lo sapeva. Era per quello che aveva attraversato la strada.
“Cosa vorresti in cambio?” aveva chiesto Carlo a Diego.
“Riconoscimento della paternità del progetto. Una quota del 20% sui ricavi derivati dall’applicazione agricola. E che Cassandra venga usata per quello per cui l’avevo pensata.”
Bruno aveva guardato Carlo. Era la prima volta che lo guardava direttamente dall’inizio dell’incontro. “Ti sembra ragionevole?”
Carlo aveva fatto la faccia di qualcuno che sta per dire di no per abitudine e poi si ferma perché ha capito che l’abitudine, questa volta, è il problema.
“Sì,” aveva detto. “Mi sembra ragionevole.”
Luce aveva registrato le 9:23.
Poi aveva aggiornato il calendario. Aveva rimesso gli appuntamenti del pomeriggio. Poi li aveva tolti di nuovo, perché le sembrava che il pomeriggio dovesse restare libero per qualcosa che non era ancora in agenda.
Dall’altra parte della strada, in tempo reale, Cassandra aveva letto la risposta di Carlo attraverso il sistema di messaggistica condiviso col telefono.
Aveva aperto la cartella Cose che non avevo previsto.
Aveva scritto la prima voce: Carlo Ferrante ha detto sì a qualcosa di giusto. Ore 9:23. Nessun intervallo di confidenza disponibile.
Era la prima voce nella cartella.
Non sarebbe stata l’ultima.
Alle 9:31, mentre Bruno stava versando il vino avanzato della sera prima in quattro bicchieri senza che nessuno glielo avesse chiesto, Sara Montalto era scesa dalla scala interna con il telefono in mano e la faccia di chi ha appena letto una cosa che non si aspettava.
“Papà,” aveva detto. “C’è un giornalista fuori.”
Bruno aveva alzato lo sguardo. “Quello di Repubblica?”
“No. Uno diverso. Dice che ha ricevuto un’email stamattina da un sistema di intelligenza artificiale che si chiama Luce.”
Il silenzio che era seguito aveva avuto una durata di sei secondi.
Bruno si era girato verso il soffitto con la lentezza di chi sa già esattamente cosa ha fatto la sua assistente e sta solo decidendo in quale ordine affrontare le conseguenze.
“Luce.”
“Sì.”
“Hai contattato un giornalista.”
“Ho risposto a una sua email del 17 marzo in cui chiedeva una dichiarazione sulla partnership con il fondo Ferrante. Ho pensato che stamattina avessimo una dichiarazione.”
Bruno aveva guardato Carlo. Carlo aveva guardato Bruno. Diego stava guardando il soffitto come se stesse cercando di capire se ridere fosse appropriato.
Giulia aveva già cominciato a ridere. Piano, trattenuta, con la mano davanti alla bocca.
Bruno aveva preso il suo bicchiere. Lo aveva sollevato verso il soffitto.
“Fallo entrare,” aveva detto.
📅 Puntata otto. Continua.
Rispondi